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Ciao a tutti.

L'arrivo è stato molto emozionante.

L'aeroporto di Kabul rinnovato e "moderno" con Roberto e Marta incontriamo Mauro il logista di Kabul che sono venuti a prenderci. Via in macchina verso l'ospedale. Pieno, incasinato, veloce saluto allo staff internazionale, rapido briefing con il medical coordinator e poi con Habib (storico autista del Panjshir) in macchina verso la destinazione finale di questo viaggio.

Kabul è sempre più brutta e sono sempre più evidenti le contraddizioni. Palazzi enormi kitsch con colori sgargianti e decorazioni barocche che fanno a pugni con le case sventrate dalle esplosioni o crivellate dai proiettili. I mendicanti per strada o i bambini con atteggiamenti da adulti che fanno lavori pesanti sorpassati da macchinoni con i vetri oscurati con interni in pelle umana che rischiano di schiaccciarli come mosche senza nemmeno vederli. L'impressione è di una città che cerca di vivere al di là di tutto: cantieri, mercati, grovigli di fili elettrici sopra la testa, un sacco di negozi di integratori alimentari per la palestra e palestre con immagini di fisici da culturisti, cartelloni pubblicitari di compagnie telefoniche, coca cola, pepsi ovunque, decine e decine di wedding hall con sculture improbabili di cerbiatti, traffico allucinante sempre sotto la supervisione di elicotteri armati, bombardieri, poliziotti armati fino ai denti e sacchi di sabbia. Ma anche case diroccate, immondizia ovunque, fango, donne coperte dai burqua azzurri cariche di sacchetti e lattanti, volti segnati da una vita impossibile, bambini sporchi e laceri e disabili, tanti, polvere ovunque, fango, aria irrespirabile.  Bambini che escono da scuola, bambini che giocano e per contraltare le notizie dall'ospedale di Kabul sempre più pieno di vittime di guerra. Mai come in questo periodo. E allora ti chiedi quanti dei bambini che ho visto oggi dalla macchina arriveranno all'età adulta? Quanti sopravvivranno a questa non guerra?

Poi ti lasci la città alle spalle. E dopo chilometri di superstrada in salita in cui vedi carri tirati a mano, greggi di pecore che ti attraversano la strada per perdersi in campi con carcasse di blindati, persone che trovano un passaggio appese fuori dai camion , file e file di container trasformati in negozi. Poi una visione ridicola, un ragazzo dentro un negozio di panetteria che si scaccola il naso, poi con la stessa mano prende un pezzo di nan (pane) e lo porge al cliente. All'improvviso: la gola che immette nella valle del Panjshir e una gigantografia del comandante Massoud! Cuore a mille, lacrime, sto tornando a casa! Alla destra la parte di roccia, vicinissima e 5 metri sulla sinistra il fiume tumultuoso, dopo un paio di chilometri e un paio di posti di blocco la valle si apre.

Ed è subito quiete.

I colori rilassanti dell'autunno, gli alberi con le foglie che ingialliscono , i campi preparati per il riposo invernale, mucche che pascolano. A Zamancour si gira a sinistra, ci si arrampica per 50 metri su un sentiero sterrato. Casa! Saluto le guardie (ricordo sempre disarmate!) sempre le stesse di otto anni fa, poso le valigie e di nuovo in macchina per l'ospedale. Il cancello dell'ospedale e il cuore si ferma un attimo... cazzarola, si comincia!!! Le strette di mano e le presentazioni con i compagni di avventura, gli abbracci con i colleghi nazionali con cui non ci si vedeva da otto anni, racconti di come stanno le famiglie, gli amici, i figli che sono cresciuti. Per molti versi mi sembra di non essere mai andata via! Radio e telefono in tasca, metto su la divisa e sotto la pioggia raggiungiamo l'area chirurgica. Giro in pronto soccorso e subito il primo paziente un ragazzo di 15 anni con una ferita di proiettile alla mano sinistra che per fortuna non ha causato fratture, solo una brutta ferita ai tessuti molli. Welcome to Afghanistan!

Un abbraccio forte a tutti e grazie per essermi stati vicini durante l'attesa.

 

Ci sentiamo presto

Falcon 23 over and out.

PS per il momento niente foto, nuvole bassissime e temporali da 2 giorni, ma da domani il tempo dovrebbe migliorare.

 

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